apple watch

Il mondo dei dispositivi indossabili è ancora un mistero perfino per molti appassionati di tecnologia, ma ultimamente sto notando che questi formfacture (in particolare gli smartwatch, per essere chiari), a livello di evoluzione e di diffusione sul mercato, stanno seguendo una strada diversa rispetto a quella dei personal computer e dei dispositivi mobili.

 

A due anni dall’acquisto del mio caro Moto 360 di prima generazione, infatti, decine di nuovi orologi sono stati presentati, sia da produttori di gadget tecnologici tradizionali (vedi LG, Samsung, Apple, Huawei, la stessa Motorola), sia – con mio enorme stupore – da produttori di orologi tradizionali (ad esempio Fossil), e negli ultimi mesi si è assistito all’interessante acquisizione di Pebble, startup che rivoluzionò l’idea di esperienza utente ed ecosistema wearable, da parte di Fitbit, azienda produttrice di accessori per il fitness tracking. Questa molteplice natura si rispecchia nel marketing, che alterna spot che alludono a vera e propria gioielleria, ad altre pubblicità che fanno luce sul lato innovativo della categoria e, come accenna il titolo di quest’articolo, su quanto ne possa essere coinvolta la maggiore varietà di consumatori – dal businessman più elegante all’escursionista più spericolato.

La vera questione rimane: è comunemente chiaro cosa gli smartwatch effettivamente facciano e quanto possano diventare indispensabili alla vita quotidiana, come lo sono ormai diventati gli smartphone? Se, infatti, la prima generazione di Android Wear poteva essere considerata a tutti gli effetti un proof of concept (ovvero una serie di prodotti che, a prescindere dall’affidabilità e dall’effettiva esperienza d’uso, mettono in risalto l’impiego di una nuova tecnologia), e i miei amici mi davano del pazzo per aver speso una cifra alquanto notevole per un prodotto così acerbo e dall’impiego apparentemente limitato, oggi come oggi le aziende citate poc’anzi sono più confidenti riguardo al potenziale della categoria, e stanno cominciando a infondere fiducia sul potenziale acquirente, garantendogli affidabilità del prodotto in sé, anche in base alla compatibilità con lo smartphone da cui dipende, e supporto tecnico in caso di malfunzionamento.

 

Ci sono, tuttavia, diversi aspetti di contrasto che rendono difficile la rivisitazione hi-tech del concetto di “orologio da polso”:

  • l’integrazione e l’accettabilità sociale (R.I.P. Google Glass)
  • la compatibilità e la comunicazione con lo smartphone, e dunque la soglia oltre cui il prodotto diventa obsoleto o, peggio, rallenta i task che dovrebbe invece accelerare;
  • l’hardware ancora non ottimizzato e le tecnologie che necessitano di una rivisitazione ad hoc, invece di essere semplicemente “rimpicciolite” e incassate nel corpo di un orologio – principalmente per garantire un’esperienza d’uso non compromessa (sensori di movimento e luminosità, schermi OLED o e-ink), l’autonomia per ciclo di ricarica (batterie più efficienti e processori intelligenti che gestiscano a dovere i momenti di wake/sleep) e la longevità del dispositivo (praticamente tutti gli elementi precedenti, insieme a supporti a lungo termine e generale stabilità che ostacoli l’obsolescenza);
  • l’idea che nel 21° secolo praticamente tutto possa essere soggetto ad aggiornamenti software in grado di ribaltare le funzionalità e, soprattutto, l’esperienza d’uso di un prodotto rispetto al momento in cui lo si è acquistato. Le maggiori piattaforme mobili, infatti, hanno raggiunto un livello di stasi tale da mettere a disposizione degli utenti una vasta gamma di applicazioni per ogni impiego possibile e immaginabile, pur garantendo la qualità della maggior parte di queste anche a livello di sicurezza, e rendendo facile – tramite  catalogazione e recensioni sui vari store – l’individuazione di quelle “giuste”.

A chi mi chiede cosa si possa fare col mio orologio, infatti, amo rispondere sempre “potenzialmente qualsiasi cosa si possa fare con uno schermo, un pulsante e un paio di sensori sul polso”, che ai tempi delle superiori si traduceva in “leggere e rispondere ai messaggi, controllare la musica, copiare ai compiti in classe e fare colpo sulle tipe facendo leggere loro il battito cardiaco”, mentre oggi sarebbe “mettere il timer per la pasta, far squillare il telefono che avrò lasciato su qualche mensola, shazammare dei brani da un dj-mix per il mio coinquilino e darmi indicazioni stradali in diretta”. Interessante il fatto che, senza accorgermene, abbia abbandonato certi standard di vita che ormai do per assurdi, e che la maggior parte della gente con cui ho a che fare ancora vive, tipo “cacciare dalla tasca e accendere il telefono per controllare un messaggio” o addirittura “perdermi una chiamata o una notifica perché non avevo il telefono appresso”. D’altra parte, mi dà fastidio il fatto che debba aver cura di tutte le attività che incarico al polsofonino in quanto pesantemente influenti sull’autonomia, fino a doverlo caricare più spesso del telefono stesso, e dover portare con me la basetta di ricarica durante i viaggi di un paio di giornate. Certo, nel mio caso giustifico questi aspetti col fatto che si tratta comunque di un prodotto di prima generazione, ma spero davvero che i wearables dal 2017 in poi siano alla portata di tutti, non carichino gli utenti di certe preoccupazioni e abbiano un ciclo di funzionamento dignitoso, stabile e molto più duraturo dei primi modelli; le nuove proposte sono già molto più sostenibili, e onestamente sono tentato dal provarne qualcuna, per quanto mi dispiacerebbe mandare in pensione il caro Moto così presto.

27 gennaio 2017

Smartwatch: pronti per il mercato di massa?

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